il blog fluido che uccide

Arte contemporanea

Oggi, 20/08/09, “Repubblica” pubblica un articolo molto interessante a firma Gabriele Romagnoli. Racconta la prossima “opera” di Christian Boltanski, uno dei più importanti artisti contemporanei – secondo Edmund White l’unico pittore francese contemporaneo che qualcuno conosca – noto per la sua poetica ossessivamente centrata sull’impermanenza della memoria. Una poetica che l’ha spinto a utilizzare fotografie, pellicole, video (soprattutto primi piani di volti, se nel volto è prima che in ogni altrove una storia) nell’assemblaggio delle sue installazioni, opere-collage alla ricerca di una ricostruzione proustiana del tempo perduto o della memoria collettiva (per esempio, le serie dedicate all’Olocausto, al quale la madre dell’artista è sopravvissuta). Uno degli assunti teoretici consiste nell’intendere le opere come “metacollages”: le facce riproposte nei collage sono, a loro volta, collages di volti di persone scomparse (“hai il naso di tuo padre, gli occhi di tua nonna”). Infine Boltanski, amante del paradosso, nonostante le tecniche poco tradizionali e molto contemporanee, continua a definirsi “pittore”.
La notizia è che Christian Boltanski ha deciso di vendersi a un fantomatico milionario tasmaniano. L’occhiello dell’articolo sintetizza: “Il sessantacinquenne pittore francese Christian Boltanski sarà filmato giorno e notte per otto anni. Un ricco australiano ha comprato il diritto a osservarlo. Lo pagherà solo se arriverà vivo alla fine”. Come racconta lo stesso artista, in un’intervista a “Le monde”, l’ignoto conte di Montecristo è un signore che, sfruttando una straordinaria mente matematica, ha accumulato un’immensa fortuna nei casinò e, una volta da essi bandito, ha deciso di riconvertirsi in collezionista di arte contemporanea. Desideroso di acquistare un Boltanski, si è sentito rispondere che avrebbe potuto acquistare Boltanski, per otto anni. “Il patto funziona così: dal primo gennaio 2010 quattro telecamere lo filmeranno in ogni momento, trasmettendo le immagini sullo schermo installato in una grotta in Tasmania, nella proprietà del milionario. Quello potrà sedersi e avere il privilegio di guardare Boltanski dipingere (quando ancora lo fa), ma anche dormire, mangiare e fare qualunque altra cosa un essere umano non può evitar di fare per otto anni. La visione non potrà essere interrotta, non sarà possibile rivedere ciò che è trascorso”.
La ragione per cui questa storia riesce tanto interessante giace negli innumerevoli intrecci con gli snodi più scottanti della società e del vivere contemporaneo, con le questioni più radicali dell’esistenza, con archetipi permanenti e nuovissimi. Questa storia ci ricorda la partita a scacchi con la morte del “Settimo sigillo” bergmaniano e il “patto col diavolo” siglato da Faust.
Ci si domanda se il magnate (e quindi il contratto) esista davvero o la sua invenzione sia parte della performance; sicuramente la sua biografia (che sia reale o fittizia non importa: un tratto della contemporaneità è proprio la possibilità di una virtualità “più vera del vero” se dice più cose e produce più senso) è una reduplicazione sul tema dell’azzardo metafisico. L’uomo che crea la propria vita manipolando il caso a proprio beneficio può anche scommettere contro la Morte, provando a mettere in scacco il Nemico con la propria abilità, violando prometeicamente l’ultima legge di natura rimasta off limits per l’uomo tecnologico in grado di dominare il cosmo con la sua tecnica. Si dice che la dipendenza dal gioco d’azzardo dipenda dall’assuefazione al senso di onnipotenza nel momento in cui si riesce a “fottere il campo”. Anche il collezionismo, intesa la collezione come insieme che tende utopisticamente alla proprietà di tutte le possibili varianti di un oggetto, è una forma psichica di dominio sull’incontrollabile e imprevedibile multiformità degli enti.
Un'altra modalità dello scacco alla morte tipica di questi anni è l’abolizione del Tempo, dissolto in un presente perpetuo – esattamente il nucleo della poetica di Boltanski, e del Corpo – l’oggetto sul quale il tempo e la morte possono accanirsi. La storia di Boltanski parla anche di questo: del rapporto (conflittuale) tra lo Zeitgeist e il corpo. Se negli anni sessanta gli Aktionist viennesi, facendosi crocifiggere a una Wolkswagen o mutilandosi su un palco, volevano rimettere in gioco il corpo come segno forte, sporco, disgustoso nell’era dell’asettico e dell’acorporeo, trasformandolo nel supporto delle loro performance artistiche dionisiache e allucinanti, Christian Boltanski, con un gesto sicuramente molto meno grandguignolesco e ad effetto ma altrettanto radicale, vende il proprio corpo (la propria privacy, la propria esposizione, la propria intimità: insomma, tutto ciò che di intrattabile e irriducibile c’è in un corpo) a un miliardario, cioè al Sistema. Operazione faustiana perché corrisponde a ciò che, nei termini spiritualistici cari all’evo romantico, era detto “vendere l’anima al diavolo”. “Vendere l’anima al diavolo” significa abiurare se stessi per avere benefici attuali: è locuzione d’uso comune. Non si intende fornire giudizi etici ma sottolineare come questa storia ci dica, ancora una volta, che anche la vita di un uomo – bene sacro e inviolabile; evento unico e irripetibile: forse solo su questo punto convergono le morali laiche e religiose – è una merce, come i cereali in scatola e i telefoni cellulari, soltanto più cara, poiché anche il suo prezzo è regolato da leggi di mercato, di domanda e offerta. Questa storia ci dice che il mercato ha vinto, e che le lamentazioni – più che condivisibili, per altro – sullo svuotamento d’interesse generale dell’arte contemporanea, da che i galleristi ne dominano ogni dinamica, diventano addirittura passè, superate da scarti ontologici abissali.
Nella rassegna delle ipotesi di soluzione proposta da Romagnoli a proposito della “scommessa di Boltanski” (Boltanski vince, sconfigge il committente-demiurgo e incassa un sacco di soldi; Boltanski muore prima del termine, al magnate resta uno schermo nero; Boltanski si è inventato tutto “per dimostrare che, molto più che un'opera d'arte, la vita è un gioco senza vincitori né vinti e la solitudine un destino che può essere sovvertito soltanto dalla fantasia”), la seguente ci appare la più affascinante: “La numero tre: il banco perde. Ovvero: Boltanski campa, ma muore il milionario tasmaniano. La trasmissione non si interrompe, le quattro telecamere continuano a filmare un artista che vive, beve acqua o vino, scrive, cancella. Ma nessuno lo vede più. Diventa un'opera d'arte senza pubblico, una vita senza testimoni. Esiste una cosa del genere? Non solo ci si deve domandare se l'albero caduto nella foresta sia davvero caduto quando nessuna telecamera lo ha ripreso, ma se sia caduto quando sia stato ripreso ma nessuno l'abbia visto. E se una vita abbia un significato se non c'è qualcuno, anche dall'altra parte del mondo, a incuriosirsi o addirittura palpitare per quel che le accade”. Sulla base di questo ennesimo paradosso è possibile costruire la proposta di un nuovo umanismo. Preso atto delle forme e peculiarità della vita contemporanea, una volta comprese e accettate le sue dinamiche, è necessario ricombinarle affinché sia ancora possibile quella modalità dell’esistere che Simone Weil chiamava “mutua presenza” e Heidegger “con-essere” proponendolo come solo antidoto valido all’angoscia e all’Essere-per-la-Morte. Si tratta, forse, di una proposta ingenua e sentimentale, naif, e non certo originale, ma forse l’esistenza di “qualcuno che si incuriosisca e palpiti”, qualcuno con il quale comunicare e “dire cose”, è il tentativo più serio di dare scacco alla Morte (magari per un solo istante), di tentare l’impresa che ossessiona i moderni prometei.
Anche l’arte contemporanea dovrebbe ricominciare a dire cose, perché gli esercizi di stile sono utili soltanto se poi si ricostruisce sulla tabula rasa, o sulle macerie, come in seguito a un armistizio.
Il re è morto, viva il re

They only recognize their master from the rings on his fingers
- Oscar Wilde, “The Picture of Dorian Gray” -
Michael Jackson è morto, stroncato da un attacco cardiaco. Oppure, meglio, ha finito di morire. Raramente è esistita una figura meglio emblematica del cupio dissolvi, dell’agente psichico implacabile e dotato di volontà autonoma che vota un individuo all’autodistruzione, quella pulsione irrazionale ad annichilirsi gradualmente che i greci estroflettevano nella figura delle Erinni e che la psicanalisi ha riportato nella sua sede, ovvero le zone crepuscolari e contradditorie dell’inconscio, quella peculiare perversione dell’elan vital che costringe a dirottare gli impulsi creativi, vitali, energetici contro se stessi, in una forma tautologica del masochismo che non ha ragioni fuor di sé, è gratuita come la “perverseness”, ovvero la coazione definita da Poe “doing the wrong for the wrong’s sake”, con un significativo calco del motto decadentista.
La parabola esistenziale di Michael Jackson dice moltissimo delle dinamiche antropologiche della società e delle dinamiche psichiche dell’individuo. Raramente è esistita una cronistoria per immagini ed eventi della messinscena della propria progressiva scomparsa tanto dettagliata, tanto impietosamente (ma coerentemente) registrata dai mass media. In un passo del Satyricon petroniano ripreso da T.S. Eliott come epigrafe della sua “Wasteland”, un gruppo di giovani si avvicina alla pluricentenaria Sibilla cumana, ridotta alla consistenza di un’alga e rinchiusa in un’ampolla. Alla domanda: “Sibilla, cosa desideri?”, ella risponde: “Desidero morire”. Come il sogno delirante dell’anoressico che ricerca l’azzeramento del peso implica la volontà di soppressione del corpo, e quindi dell’identità e dell’Esser-ci, così la biografia di Michael Jackson presenta nelle forme ultraevidenti dell’esagerazione e della compulsione nevrotica che le rende significazioni forti, ineludibili – la reiterazione ossessivo-compulsiva degli interventi di raschiamento che sbianchino l’epidermide, il ricorso a chirurgia plastica che commuti ogni tratto fisiognomico identitario nella ieraticità neutra della maschera, gli occhiali scuri (a schermare ogni manifestazione della personalità, se gli occhi sono “lo specchio dell’anima”) e le parrucche, la puntualità con cui la fisiologia rispondeva all’inconscio producendo ogni forma di malattia rara e invalidante – le manifestazioni di una volontà negativa di cupio dissolvi, di annullamento dell'Io, di scomparire per sempre (e non essere mai ritrovato).
Michael Jackson, coadiuvato dai mezzi della società dello spettacolo, ha teatralizzato la propria agonia, come coloro che, incapaci di esistere, decidono di mettere in scena la propria esistenza. In questo senso è l’ultimo dei decadenti, deciso a fare della propria vita un’opera d’arte (tragica) in cui lo scacco esistenziale trionfa nel macabro e nel grottesco. Significativa è la sua ultima uscita pubblica, a Londra, per promuovere una rentrèe che non avverrà mai: con fare da automa egli ripeteva “This is curtains, this is the last call” come il suicida che ha già programmato l’uscita di scena da tempo e lo preannuncia e declama. E’ impossibile per chi, “eroe in tensione, baccante della morte”, ha scelto di farsi altro da sé secondo un codice, come in tempi e luoghi diversi il dandy o il samurai, non terminare la rappresentazione con un gesto teatrale, che è anche il più significativo, perché si riferisce all’esito che compie l’opera.
Sicuramente l’oblazione all’esistere, da un punto di vista clinico, è una reduplicazione di una forma autolesionistica, ma è anche – come tutti i segni nichilisti e quindi terroristi – una doppia forma di resistenza, un’obiezione (fortissima in termini di scambio simbolico perché, come direbbe Baudrillard, mette in gioco se stessi, il proprio corpo, il proprio martirio) a una società fondata sul paradigma del profitto, dell’utilitarismo, della messa a frutto del proprio talento o del proprio carisma al fine di trarre benefici attuali (soldi, potere, successo). Michael Jackson è stato il paradosso, il nonsenso che svela la nudità del re: Michael Jackson, piuttosto che investire – come impone il primo comandamento dell’etica protestante e dello spirito del capitalismo (impostisi insieme alla classe borghese) – ha scelto di dilapidare, di non fare calcoli (o comunque di sbagliarli). Ha dilapidato milioni di dollari per costruire una villa che somigliasse a Disneyland, per acquistare una collezione smisurata di oggetti di pessimo gusto perché il cupio dissolvi non si dissocia mai dall’horror vacui (tutto poi finito all’asta e l’asta – ovvero la svendita di ciò che si è accumulato e che quindi certifica il successo – è, da quando la borghesia ha imposto la propria Weltanschaung, il segno della scacco), a causa di speculazioni finanziarie disastrose, per non aver saputo gestire un immenso successo tra gli anni ’70 e ’80 ma soprattutto per non essere stato capace di ridimensionare il suo anelito fanciullesco alla grandeur (le statue colossali, costate milioni di dollari, per promuovere il fallimentare album “Invincibile” pur avendo già svoltato da anni la curva di Sunset Boulevard).
L’assurdità, priva di “buon senso” ergo biasimevole secondo la logica borghese, degli atti di Michael Jackson rivela l’assurdità speculare di una logica che informa tutti gli scambi simbolici (e le leggi dell’economia e dei rapporti interpersonali) secondo il telos di un accumulo esponenziale che è altrettanto autoevidente e aporetico. Egli ha deciso di stare dalla parte dello spreco, privilegio di certi monarchi assoluti o degli imperatori romani della Decadenza, che al Tempo misurabile e rendicontato della Produzione preferirono il Tempo come pura durata, senza passato e futuro, della Festa.
Inoltre Michael Jackson, a differenza delle grandi rockstar contemporanee come Bono o Sting, bolse, ingrigite, parti integranti del sistema, del quale non costituiscono più neppure un’utile fronda, ha assunto su di sé (sul proprio corpo) il ruolo apotropaico che è tipico dello statuto mitico della rockstar: sacerdote e olocausto di un rito il cui sacrificio crea le condizioni per la formazione di una Gemainschaft in quanto immola una vittima innocente che assume su di sé tutti i vizi e le contraddizioni e le devianze latenti nei suoi membri – in questo senso, risponde perfettamente al meccanismo la caccia al mostro di niciana memoria non appena Jackson fu accusato di pedofilia, così come la sua trasformazione nell’immaginario collettivo da idolo a giullare. Spesso paragonato al Dorian Gray di Oscar Wilde per l’anelito all’eterna giovinezza, Jacko è stato piuttosto il suo ritratto, assumendo sul suo corpo tutti i segni delle ossessioni della società dell’immagine.
A Michael Jackson non interessava agire sulla realtà, modificarne il corso attraverso l’azione positiva: era piuttosto smarrito in una reverie estetica che lo forzava a riprodurre le forme della sua fantasia mentre il suo corpo, rispondendo agli impulsi autodistruttivi che sono propri del disadattamento, si sfaldava. Michael Jackson, king of pop, è stato anche l’ultimo sacerdote dello spreco, dell’anti-utilitarismo, dell’amore del gesto per il gusto del gesto, nella linea araldica di altri monarchi di altri tempi in cui la corona certificava il governo di una nazione e non delle charts di Billboard, quali Eliogabalo e Ludwig di Baviera. In questo senso è possibile affidargli, come epiteto funebre, un appellativo abusato, logoro e anacronistico: artista. Perché, scegliendo di essere piuttosto di semplicemente esistere, ha davvero reso la sua vita un’opera d’arte.
Ragioni Ragionevoli per cui Disprezzare i Credenti
Caro diario,
oggi ho aggiunto una nuova voce al già imponente "Elenco di Ragioni Ragionevoli per cui Disprezzare i Credenti".
I credenti, con i loro raduni inopportuni, rendono la vita impossibile alla brava gente.
Proprio oggi passeggiavo tranquillamente per i campi, camminando ad ampie falcate nervose, litigando con me stesso ad alta voce e ringhiando alla famigliole felici in libera uscita domenicale quando, al decimo essere umano incrociato, la situazione si fece francamente inaffrontabile e, nonostante la piacevole mitezza del clima e la necessità di perfezionare il castello autoaccusatorio, decisi a mente fredda di correre a casa in preda a una crisi di panico.
A poche decine di metri dalla salvezza mi appare una gang di cattolici che ha appena celebrato il suo rito immondo e staziona sulla scalinata dalla chiesa. A sciami, numerosissimi, cattolici, vocianti, italiani: più di quanto sia dato sopportare a un uomo comune come me. Naturalmente ho pensato di lanciarmi in mezzo a loro gridando "Allah è grandeeeeeee!!!!" gesticolando forsennatamente, ma sono pavido ed ero in schiacciante inferiorità numerica, così mi sono risolto a procedere a testa bassa, stringendo gli occhi e ripetendomi "adesso passa tutto, adesso passa".
Ovviamente appena riparato in casa ho dovuto mangiare due etti di cioccolato, altrimenti l'angoscia mi avrebbe stroncato.
Tutto ciò non mi sembra per niente giusto.
L'inferno sono gli altri - In treno (1)
Lotta generazionale in vagone ferroviario.
Anziane ignoranti middle class. I luoghi comuni, gli intercalari, le frasi fatte codificate, la solidarietà sulle ricette, i mala tempora e le mani al volto. "Questo Natale, secondo il Calendario di Frate Indovino manda la neve". I nemici sono: i clacson e gli zingarelli. Parlano per anacoluti, abbassando la voce se esprimono un'opinione (doxa). "E' una brutta razza, e sono dappertutto".
D'altra parte, ragazze new economy, a ritmo complementare: una telefona, l'altra elabora. Lavorano in tandem inserendosi come ingranaggi della Grande Macchina della Produzione di beni fittizi. Parlano di faccende di lavoro come fossero fatti romantici, con identica tecnica ruffiana di intersezione di frasi (sticomitia). La ragazza si presenta come "Raffaella di Ramstad". La ragione sociale come patronimico. Il telefono cellulare come compendio di oggetti magici.
Lo scompartimento come ipostasi delle radici italiane del fascismo. La meglio gioventù che va alla guerra, che si sposta ovunque le venga indicato. La megere simmetrice. Le piccolo-borghesi feroci e razziste, dai tratti contadini e cattivi, vestite in tuta da ginnastica e jeans e la signora elegante, medioborghese, incapace per imprinting di replicarne il modo deciso e spietato di affrontare problemi comuni, che ammira. Le ragazze-terziario-avanzato indicano con stupore "le acciaierie!" oltre il vetro, che non si sanno spiegare.
Residuati di conflitto di classe: atteggiamento verso la vecchiaia. Le donne proletarie, fascistissime, se ne fregano! La signora si imbelletta labbra e sopracciglia, e tinge vistosamente i capelli. A differenziarle, la paura. Un fantasma si aggira nella zona del contorno occhi.
Il solo momento d'accordo di tutti i mondi rappresentati nel vagone è l'ammirazione per la sopraelevata di Desenzano e la vista sul Lago di Garda.
Intercity Milano-Venezia, 17 dicembre 2007
Coney Island Baby
Proprio stamattina qualcuno pagato per farlo mi ha definito una specie di professionista della dislocazione. Svolgo il tema:
Parlare sempre in prima persona per dare l'impressione di parlare di sè quando in realtà si vuole evitare ogni riferimento al privato. Contemporaneamente, parlare d'altro per parlare di sè obliquamente.
Chiedere sempre a terzi.
Limare il linguaggio fino all'asportazione di tutto ciò che non è asettico, usare lo stile come censura, lasciare il sotteso nella piega.
Abusare di figure retoriche - recentemente ho scoperto di non disprezzare assolutamente la litote.
Comunicare in codice.
"Dimmi qualcosa che ancora non so, baby".
Cominciando da un fastidio per l'autobiografismo da blog, per l'autonarrazione, per gli sproloqui egotici miei ed altrui, saldato all'accettazione di un imprinting borghese di pragmatismo e progettualità che è anche destino, per raggiungere la fine della comunicazione finalizzata a se stessa e alla jouissance, fino al puritanesimo e all'Indice. Insomma un quadro patologico, da superegoico ad egotico e ritorno. "Ne cherchez plus mon coeur, les bêtes l'ont mangé".
Anche ora, partendo pieno di buona volontà dalla disposizione a "parlare (davvero) di me", per una volta, carnevalescamente, approfittando dell'ora e di un maggiore vulnerabilità contingente - come quando, tornando a casa, si toglie la giacca, si slacciano cravatta e gilet e primo bottone... - ho avuto conferma di aver disimparato ad esprimermi. E per coerenza nella regressione, come gli adolescenti, devo utilizzare testi altrui. Nel caso, una canzone di Lou Reed, che per citare un'altra canzone dello stesso è "the story of my life / the difference between wrong and right".
You know man when I was
a young man in high school
you believe it or not
I wanted to play football for the coach
And all those older guys
they said that he was mean and cruel
but you know -
I wanted to play football for the coach
They said I was a little too light weight
to play line-backer
so's I'm playing right-end
I wanted to play football for the coach
'Cause you know someday man
you gotta stand up straight
unless you're gonna fall
then you're goin' to die
And the straightest dude
I ever knew was standing
right by me all the time
So I had to play football for the coach
Man I wanted to play football for the coach
When you're all alone and lonely
in your midnight hour
And you find that your soul it's been up for sale
And you begin to think 'bout
all the things that you've done
And begin to hate just 'bout everything
But remember the princess
who lived on the hill
Who loved you even though
she knew you was wrong
And right now she just might
come shining through
and the -
- Glory of love, glory of love
glory of love
just might come through
When all your two-bit friends
have gone and ripped you off
They're talking behind your back saying man
you're never gonna be no human being
Then you start thinking again
'bout all those things that you've done
And who it was and what it was
and all the different things
you made every different scene
Ah, but remember that the city is a funny place
Something like a circus or a sewer
And just remember different people
have peculiar tastes and the -
Glory of love, the glory of love
the glory of love, might see you through
yeah, but now-now
Glory of love, the glory of love
the glory of love, might see you through
I'm a Coney Island Baby now
I'd like to send this one out
to Lou and Rachel
and all the kids in PS 192
Man I swear I'd give
the whole thing up for you
che, per i non anglofoni, significa:
Sai, quando ero
un ragazzo delle scuole superiori
- credici o no -
volevo giocare a football per l’allenatore
E tutti i ragazzi più grandi
dicevano che era un uomo cattivo e crudele
ma sai -
volevo giocare a football per l’allenatore
Dicevano che ero troppo gracile
per giocare in attacco
perciò gioco come ala destra
Volevo giocare a football per l’allenatore
Perché sai, amico, che un giorno
dovrai stare dritto in piedi
altrimenti cadresti
e finiresti per morire
E il tipo più duro
che io abbia mai conosciuto
mi stava sempre intorno
perciò dovevo giocare a football per l’allenatore
amico, volevo giocare a football per l’allenatore
Quando te ne stai tutto solo
nel mezzo della notte
e scopri che la tua anima è stata messa in vendita
E cominci a pensare
a tutto ciò che hai fatto
e cominci ad odiare proprio tutto
Allora pensa alla principessa
che viveva sulla collina
e che ti ha amato anche se
sapeva che stavi sbagliando
e proprio ora potrebbe
arrivare splendente
e la ...
... Gloria dell’amore, la gloria dell’amore
la gloria dell’amore
potrebbe irrompere
Quando tutti i tuoi amici da due soldi
se ne sono andati e ti hanno fregato
e ti parlano alle spalle dicendo che tu
tu non sarai mai un essere umano
Allora cominci di nuovo a pensare
a tutte le cose che hai fatto
a chi e cosa
e tutte le varie cose
le rivedi in modo diverso
Ma ricorda che la città è un posto divertente
qualcosa come un circo o una fogna
e ricordati che ognuno
ha gusti differenti e la ....
... Gloria dell’amore , la gloria dell’amore
la gloria dell’amore potrebbe attraversarti
si, ma ora, ora
la gloria dell'amore, la gloria dell’amore
la gloria dell’amore potrebbe attraversarti
Ora io sono un bambino di Coney Island
Voglio dedicare questa canzone
a Lou e Rachel
e a tutti i ragazzi del PS 192
Amico, giuro che mollerei
tutto per te.
Voyager - ai confini della conoscenza! (2)
Nella prossima puntata:
Il Titanic affondato da un peschereccio carico di massoni! Raccogliendo sassolini sul bagnasciuga ed ascoltando al contrario "My heart will go on" di Celine Dion, abbiamo trovato le prove della cospirazione allucinante che ha decretato l'affondamento del transatlantico più famoso della Storia. Una lega formata dagli Imperi Centrali (gli immancabili Asburgo), dalle armate del Prete Gianni, da settori deviati dei Savoia e da un iceberg decise che il Titanic doveva colare a picco. Perchè? Non possiamo dirvelo, ma speriamo che la parola "Merovingi" vi metta sulla strada giusta. Nostradamus - col quale un tempo eravamo in contatto medianico continuo, ma ormai ci si sente solo per Natale e ai compleanni - ci ha lasciato intendere che su quel peschereccio era stato rifondato il mitico ordine dei Templari e che esso fa la spola tra Atlantide, Eldorado e Shangri-Là, affondando transatlantici ogni tanto, così, per rompere la monotonia della navigazione.
In Nicaragua, mentre scavava per passare il tempo e dimenticare così di essere nato in Nicaragua, un uomo ha rinvenuto un misterioso oggetto: un minerale di forma sferica. Scartando l'ipotesi che possa trattarsi un sasso, una troupe di Voyager si è precipitata sul posto. Pare che il rarissimo reperto sia l'unica testimonianza rimasta di una antichissima civiltà precolombiana, dimenticata dai libri di storia per ragioni di spazio. Un team di scienziati, archeologi, medium e mitomani ha ricostruito, in esclusiva assoluta per Voyager, l'aspetto della loro capitale. Assomigliava a Milano 3.
Vi abbiamo mai parlato dei Templari? Il misterioso ordine cavalleresco dei custodi del Tempio di Gerusalemme nascondeva un altro, sconvolgente, segreto. La loro eterodossia li rese sgraditi alle gerarchie vaticane (indossavano l'abito bianco con croce rossa anche ben oltre il tramonto; chiaccheravano durante le incoronazioni, spesso facendo commenti salaci sulla mise dell'Imperatrice; parcheggiavano il cavallo in doppia fila) ma i loro super poteri li protessero per secoli. Difesero la Terra Santa, soggiogarono intere nazioni, furono il primo invalicalibile baluardo della Cristianità contro l'espansionismo dell'Islam. Finchè uno spiffero d'aria li sterminò.
Siamo tornati nelle valli bergamasche a visitare i luoghi un tempo popolati dai Camuni e analizzare nuovamente le incisioni rupestri. Il nostro esperto di grafologia sostiene: "Non possono essere state fatte dai camuni, non riconosco la loro calligrafia". Si tratta quindi, evidentemente, di messaggi extra-terrestri. Cosa ci avranno voluto comunicare, stavolta, gli alieni? Qualcosa che sui campi di grano sarebbe risultato illeggibile?
Hitler era davvero l'Anticristo? E, se non lo era, perchè sbattersi tanto?
Istantanea 13/01/09
Anabasi ancora, non catabasi - per messaggi trasversali e per aspera ad astra e viceversa, leggi sul dizionario alla voce: catarsi - o catastrofe.
Voyager- Ai confini della conoscenza!
Anticipazioni della prossima puntata:
Scoperta la verità sulla Sacra Sindone! Esistono incontrovertibili prove, sia scientifiche sia psicomedianiche, che il Sudario di Cristo sia in realtà il ritratto di un alieno che si era affiliato ai Templari per il tramite di un comune amico, un antico egizio di nome Leonardo da Vinci, e sia stato realizzato da un misterioso uomo che, dal futuro, ha riportato le perdute tecniche degli Aztechi e, guarda caso!, aveva lo stesso numero di scarpe di Nostradamus.
Il Sacro Graal nascosto dagli scienziati del CERN di Ginevra? E' possibile. La nostra ricostruzione storica esclusiva, fondata sul ritrovamento degli archivi segreti di un ciarlatano, rivela che il calice che accolse il Sangue di Nostro Signore venne trafugato dall'armadio dei liquori di una potente famiglia legata alla massoneria, durante l'Alluvione di Firenze. Fu il priorato di Sion ad ordinare l'apertura delle chiuse dell'Arno a questo scopo. Dopo essere stata custodita per anni nella piramide di Giza con la complicità dei caldei d'Etiopia e degli Asburgo, la potentissima reliquia venne trafugata in gran segreto a Ginevra, nel 2000, proprio l'anno dell'inaugurazione dell'anello di accelerazione molecolare. Una nostra fonte anonima, che ci parla dal futuro, sostiene che la presenza del Graal abbia già scongiurato la Fine del Mondo una buona dozzina di volte.
In un castello nei dintorni di Torino, un'armatura che si dice Camillo Benso conte di Cavour abbia indossato una volta ad un defilèe, terrorizza i turisti con un insopportabile rumore stridulo di ferraglia. Una troupe di Voyager si è recata sul posto e ha scoperto gli inimmaginabili segreti dei Templari: non costruivano armature per proteggersi in combattimento (non ne avevano bisogno, avevano appreso il segreto dell'immortalità dagli Esseni) ma per impedire all'anima di fuoriuscire. Ne approfitteremo per ripercorrere un'altra volta il misterioso cammino dell'Ordine: da Carcassonne, ad Aigues-Mortes, a Rennes-le-Château, fino all'oblio, senza mai pagare il pedaggio dell'autostrada. E se fossero, in realtà, venuti da Marte?
In Argentina, un mostruoso e misterioso animale notturno fa strage di armenti. Suggestione popolare o Diego Armando Maradona?
http://www.voyager.rai.it/R2_HPprogramma/0,,239,00.html